Yayoi Kusama e il bisogno umano di fare arte

Gli spiriti delle zucche discendono nei cieli (Yayoi Kusama, 2015) 

National Gallery of Australia di Canberra, ACT, Australia. Credits: Nycsea

Tuttə parlano dei suoi pois. Io mi sono chiesta perché una donna abbia passato una vita intera a moltiplicarli all'infinito solo per riuscire a restare viva.

Yayoi Kusama è morta il 14 agosto 2026 in un ospedale di Tokyo, aveva 97 anni. La notizia è stata resa nota solo tredici giorni dopo, il 26 agosto, dallo studio dell'artista. Nei giorni successivi le testate di tutto il mondo hanno raccontato la stessa storia: la regina dei pois, le zucche, le Infinity Room diventate sfondo perfetto per Instagram. È una storia vera, ma è anche quella che si racconta più facilmente, quella che si vende meglio. C'è però un'altra domanda che vale la pena porsi, forse la più scomoda: perché un essere umano ha bisogno di fare arte, e chi decide quando quell'arte diventa arte agli occhi del mondo.

Museo dell'Arte di Phoenix. Credits WendyAvilesR

Kusama ha detto che se non fosse stato per l'arte, si sarebbe uccisa molto tempo prima. 

Le allucinazioni visive e uditive l'hanno accompagnata fin da bambina, in una famiglia benestante e conservatrice che non voleva vederla diventare pittrice. Ma disegnare, per lei, è sempre stato un modo per restare viva dentro un corpo e una mente che le mandavano continuamente segnali di pericolo. Dal 1977 ha scelto di vivere in un istituto psichiatrico di Tokyo, per sua volontà, continuando a dipingere fino agli ultimi giorni.

Outside Harrods. Credits: Peter Trimming

Self-obliteration

Il concetto che lei stessa usava per descrivere il proprio lavoro, "self-obliteration", l'annullamento di sé, è la descrizione più onesta possibile di una vera tecnica di sopravvivenza: ripetere ossessivamente una forma, un punto, un motivo, fino a farlo espandere oltre i limiti del corpo e della tela, per rendere sopportabile ciò che altrimenti ti travolgerebbe. Lei stessa lo ha spiegato così: produrre continuamente le forme delle cose che la terrorizzavano le permetteva di sopprimere la paura, di convivere con la propria malattia alla luce del giorno per non essere sopraffatta al buio.

Il riconoscimento dell'arte

Kusama arriva a New York nel 1958, lasciando un futuro predefinito fatto di un matrimonio combinato con annesso ruolo domestico già scritto. Nel 1959 tiene la sua prima personale alla Brata Gallery. Viene notata da artisti come Donald Judd e Georgia O'Keeffe, influenza Andy Warhol e Claes Oldenburg. Eppure il riconoscimento istituzionale vero arriva decenni dopo: nel 1993 diventa la prima donna a rappresentare il Giappone da sola alla Biennale di Venezia. 

Screenshot dal video qui sotto
Il riconoscimento del mercato arriva ancora più rapido, violento e tardivo: una sua scultura a forma di zucca venduta per 15.000 dollari nel 2000 ne vale 264.000 nel 2008 e 852.000 nel 2016. Nel 2014 un suo dipinto della serie Infinity Nets stabilisce il record per un'artista vivente, superato più volte negli anni successivi. Alla sua morte è l'artista vivente che ha venduto di più al mondo, uomini compresi, con un fatturato stimato di 889 milioni di dollari negli ultimi trent'anni.

Rompere lo schema

C'è uno scarto enorme tra questi due tempi, c'è il tempo del bisogno, che è immediato, quotidiano, biografico in cui Kusama dipinge perché altrimenti non sopravvive, e il tempo del riconoscimento, che è lento, arbitrario, e ostaggio di logiche che poco hanno a che fare con il valore del suo lavoro: il genere di chi lo produce, il momento storico, la disponibilità di un mercato a scommettere su un nome. 

Nella classifica delle cento firme più vendute all'asta, le donne restano una manciata, e quasi sempre concentrate nelle posizioni più basse. Kusama ha rotto quello schema tardi, a novant'anni passati, dopo sessant'anni di lavoro ininterrotto.

Monumento alla zucca gialla. Credits: ブルーノ・プラス
Il suo bisogno di fare arte aveva la precedenza su tutto

Mi chiedo allora se il mondo dell'arte, e più in generale chi osserva e giudica il lavoro creativo, sia in grado di riconoscere il valore di qualcosa mentre accade, e non solo quando è già diventato commerciabile. Kusama ha continuato a fare arte per settant'anni indipendentemente dal fatto che qualcunə la comprasse. Il suo bisogno veniva prima, sempre. Il riconoscimento, quando è arrivato, ha semplicemente confermato con grande ritardo ciò che lei sapeva già di sé stessa dalla prima volta che ha preso in mano un pennello per esorcizzare le sue allucinazioni.


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Non è un caso isolato

Frida Kahlo dipingeva per sopportare il dolore fisico. Louise Bourgeois diceva che le sue sculture servivano a esorcizzare traumi infantili mai del tutto superati. Edvard Munch sosteneva che senza l'ansia e la malattia sarebbe stato, come diceva lui, "una barca senza timone".  Ecco cosa hanno in comune queste persone, oltre che essere artistə, è che in tutti questi casi l'arte non nasce come mestiere, ma come modo per restare integrə quando la mente rischia di andare in pezzi. 

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Fonti 

ANSA, "È morta Yayoi Kusama, la visionaria giapponese 'regina dei pois'", 27 agosto 2026

CNN, "Japanese artist Yayoi Kusama, who filled the world with polka dots, dead at 97", 26 agosto 2026

The Washington Post, "Yayoi Kusama, whose art evoked hallucinatory wonder, dies at 97", 26 agosto 2026

ArtsLife, "Top Price. Le 10 opere più costose di Yayoi Kusama in asta"

Borsa&Finanza, "Yayoi Kusama, le 5 opere più costose vendute all'asta"

QuiFinanza, "Morta l'artista Yayoi Kusama, le opere più famose e il loro valore"