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| Fotogramma da: https://www.arte.tv/it/videos/121271-055-A/dietro-le-immagini/ |
La storia terribile di Gisèle la conoscevo già, come molte persone, ma volevo capire come si arriva dal bisogno, legittimo, di nascondere un orrore così grande alla decisione di renderlo pubblico e come si trova la forza di trasformare una ferita privata in una battaglia che riguarda tante altre donne.
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Gisèle riassume quello che le è successo con un'immagine che non lascia spazio a interpretazioni: "è stato come prendersi in piena faccia un treno ad alta velocità", scrive. Non cerca parole delicate e non prova ad attenuare la violenza di quello che ha vissuto. Un treno ad alta velocità arriva e travolge tutto quello che trova davanti, senza lasciarti scampo.
Con la stessa lucidità racconta il momento in cui la sua vita si spezza.
All'inizio Gisèle non riesce a credere che l'uomo con cui ha condiviso trent'anni della sua vita possa essere il responsabile di quello che le viene raccontato dalle forze dell'ordine. Poi in lei iniziano a ricomporsi i pezzi: i vuoti di memoria, gli episodi che non riusciva a spiegarsi, quei sintomi che l'avevano portata a pensare di avere una malattia neurologica, addirittura di avere un cancro al cervello.
C'è quella concreta, fatta attraverso la somministrazione di sostanze che le hanno tolto la coscienza, e quella di averla portata a dubitare di sé, del proprio corpo, della propria percezione della realtà.
Le hanno tolto anche il diritto di sapere di essere una vittima.
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Il film del 1944 che ha dato il nome al tipo di violenza psicologica |
Ma il gaslighting non riguarda solo situazioni estreme come questa. Può comparire anche in contesti diversi, ogni volta che la parola di una donna viene messa sistematicamente in dubbio.
Per questo Caroline ha fondato l'associazione M'endors Pas - "Non addormentarmi", nata per informare sulla sottomissione chimica, sostenere le vittime e portare attenzione su un fenomeno ancora poco conosciuto.
Il gaslighting, però, non ha bisogno di un aggressore criminale per esistere. Può entrare nella vita quotidiana quando qualcunə decide che la percezione di una donna sul proprio corpo o sulla propria esperienza valga meno della versione che altri le attribuiscono.
Faccio un esempio: è capitato che molte donne con dolore pelvico cronico, come chi soffre di endometriosi, abbiano aspettato anni prima di ricevere una diagnosi. La medicina di genere ha mostrato come il corpo femminile sia stato a lungo meno studiato di quello maschile e come i sintomi femminili possano essere sottovalutati o interpretati attraverso stereotipi.
Cambiano la gravità, le intenzioni e le conseguenze. Quello che torna è un meccanismo: la difficoltà, ancora presente, di credere alle donne quando raccontano qualcosa che riguarda il loro corpo e la loro esperienza.È questo il punto su cui ho continuato a riflettere dopo aver chiuso il libro.
Da una parte c'è il gaslighting usato come strumento di controllo, dall'altra ci sono pregiudizi e automatismi che possono produrre danni anche senza una volontà esplicita. Sono situazioni diverse, ma entrambe mostrano quanto sia fragile il riconoscimento della parola delle donne.
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| Corteo contro la violenza di genere, Lodi 2023 |
Quello che è molto chiaro è il significato della sua scelta finale, tutt'altro che facile: rinunciare all'anonimato e rendere pubblico il processo.
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| Corteo contro la violenza di genere, Lodi 2023 |
Lei, non voleva diventare un simbolo.
Gisèle ha scelto di non nascondersi perché altre donne non dovessero sentirsi sole, e questa secondo me è una delle forme più concrete di femminismo e sorellanza che si possa immaginare.
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Per approfondire
Titolo: Un inno alla vita Titolo originale: Et la joie de vivre Autrice: Gisèle Pelicot, con Judith Perrignon Traduttrice: Bérénice Capatti Editore: Rizzoli, collana Saggi stranieri Anno edizione: 2026, prima edizione
👉Su Raiplay l'intervista a Gisèle Pelicot alla trasmissione Il cavallo e la torre
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