Gisèle Pelicot: un inno alla vita

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Ho voluto comprare il libro "Un inno alla vita" di Gisèle Pelicot come si fa un regalo a chi non conosciamo di persona ma a cui dobbiamo molto.

La storia terribile di Gisèle la conoscevo già, come molte persone, ma volevo capire come si arriva dal bisogno, legittimo, di nascondere un orrore così grande alla decisione di renderlo pubblico e come si trova la forza di trasformare una ferita privata in una battaglia che riguarda tante altre donne.

È questo che mi ha tenuta immersa dentro questo libro, giorno e notte, letteralmente.

Gisèle riassume quello che le è successo con un'immagine che non lascia spazio a interpretazioni: "è stato come prendersi in piena faccia un treno ad alta velocità", scrive. Non cerca parole delicate e non prova ad attenuare la violenza di quello che ha vissuto. Un treno ad alta velocità arriva e travolge tutto quello che trova davanti, senza lasciarti scampo.

Con la stessa lucidità racconta il momento in cui la sua vita si spezza.

All'inizio Gisèle non riesce a credere che l'uomo con cui ha condiviso trent'anni della sua vita possa essere il responsabile di quello che le viene raccontato dalle forze dell'ordine. Poi in lei iniziano a ricomporsi i pezzi: i vuoti di memoria, gli episodi che non riusciva a spiegarsi, quei sintomi che l'avevano portata a pensare di avere una malattia neurologica, addirittura di avere un cancro al cervello.

Ed è qui che emerge una seconda forma di violenza. 

C'è quella concreta, fatta attraverso la somministrazione di sostanze che le hanno tolto la coscienza, e quella di averla portata a dubitare di sé, del proprio corpo, della propria percezione della realtà. 

Le hanno tolto anche il diritto di sapere di essere una vittima.

Il film del 1944 che ha dato il nome
al tipo di violenza psicologica
Questa seconda dinamica è quella che viene definita gaslighting. E il caso Pelicot mostra quanto possa essere devastante quando viene usato in modo deliberato per controllare una persona.

Ma il gaslighting non riguarda solo situazioni estreme come questa. Può comparire anche in contesti diversi, ogni volta che la parola di una donna viene messa sistematicamente in dubbio.

Riguarda anche sua figlia Caroline, che ha denunciato il padre sostenendo di essere stata drogata a sua volta. Ma, senza analisi tossicologiche effettuate in tempo non ha avuto le prove materiali necessarie per ottenere il riconoscimento come vittima. È una delle conseguenze più dolorose della sottomissione chimica: quando una persona scopre quello che è successo, spesso il tempo per raccogliere le prove è già passato.

Per questo Caroline ha fondato l'associazione M'endors Pas - "Non addormentarmi", nata per informare sulla sottomissione chimica, sostenere le vittime e portare attenzione su un fenomeno ancora poco conosciuto.

Il gaslighting, però, non ha bisogno di un aggressore criminale per esistere. Può entrare nella vita quotidiana quando qualcunə decide che la percezione di una donna sul proprio corpo o sulla propria esperienza valga meno della versione che altri le attribuiscono.

Faccio un esempio: è capitato che molte donne con dolore pelvico cronico, come chi soffre di endometriosi, abbiano aspettato anni prima di ricevere una diagnosi. La medicina di genere ha mostrato come il corpo femminile sia stato a lungo meno studiato di quello maschile e come i sintomi femminili possano essere sottovalutati o interpretati attraverso stereotipi.

Non stiamo parlando della stessa violenza vissuta da Gisèle Pelicot.
Cambiano la gravità, le intenzioni e le conseguenze. Quello che torna è un meccanismo: la difficoltà, ancora presente, di credere alle donne quando raccontano qualcosa che riguarda il loro corpo e la loro esperienza.

È questo il punto su cui ho continuato a riflettere dopo aver chiuso il libro. 

Da una parte c'è il gaslighting usato come strumento di controllo, dall'altra ci sono pregiudizi e automatismi che possono produrre danni anche senza una volontà esplicita. Sono situazioni diverse, ma entrambe mostrano quanto sia fragile il riconoscimento della parola delle donne.

C'è poi un passaggio del libro che ritengo importante. 
Gisèle scrive nel libro di non riuscire a vedere uomini e donne come due parti contrapposte, di credere che siamo fatti per vivere insieme e di sapere che questa posizione potrebbe non essere condivisa da alcune persone impegnate nel femminismo.

Corteo contro la violenza di genere, Lodi 2023
Capisco cosa intende e rispetto il suo modo di raccontarsi. Vorrei però evitare un equivoco. Il femminismo non nasce per dichiarare guerra agli uomini. Nasce dalla solidarietà femminile, e per mettere in discussione rapporti di potere e disuguaglianze tra i sessi. Gisèle prende le distanze da un'immagine del movimento che lei percepisce come conflittuale, non necessariamente da ciò che rappresenta il vero  femminismo.

Quello che è molto chiaro è il significato della sua scelta finale, tutt'altro che facile: rinunciare all'anonimato e rendere pubblico il processo.

Corteo contro la violenza di genere, Lodi 2023
Gisèle Pelicot non ha smesso di essere una vittima, ha rifiutato però di portare su se stessa la vergogna. Ha fatto in modo che fossero gli aggressori (50 uomini che davano per scontato che lei fosse proprietà del marito) a essere visti, giudicati e chiamati a rispondere delle proprie azioni.

Lei, non voleva diventare un simbolo.


Voleva che una donna che un giorno si fosse svegliata senza ricordare cosa fosse successo la notte prima potesse pensare a lei, e capire che forse qualcosa non andava. Ha trasformato la propria storia in uno strumento di riconoscimento per altre persone. Questa la cosa importante che mi porterò dietro da questa lettura.

Gisèle ha scelto di non nascondersi perché altre donne non dovessero sentirsi sole, e questa secondo me è una delle forme più concrete di femminismo e sorellanza che si possa immaginare.

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Per approfondire

Titolo: Un inno alla vita Titolo originale: Et la joie de vivre Autrice: Gisèle Pelicot, con Judith Perrignon Traduttrice: Bérénice Capatti Editore: Rizzoli, collana Saggi stranieri Anno edizione: 2026, prima edizione

👉Su Raiplay l'intervista a Gisèle Pelicot alla trasmissione Il cavallo e la torre

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