Furto di biciclette. La testimonianza di una ciclista e la realtà a Lodi

C’è un incubo che chi usa la bicicletta conosce bene, quando si torna dove la si è lasciata e non c’è più. Uno stallo vuoto, una catena tagliata, il tentativo di capire se ci si ricorda male il posto...

La lettera di una ciclista di Lodi (L.C.) che mi è pervenuta recentemente racconta questa situazione, ma più subdola: il rientro dopo una mattina in piscina, il gesto automatico di caricare la borsa, lo sguardo che si ferma sulla bici che scopre essere stata stata bloccata con un secondo lucchetto in modo da non essere più recuperabile. 

In questi casi il tempo diventa un fattore decisivo e la ciclista in questo caso è stata esemplare, perché istintivamente chiunque altra si sarebbe allontanata per cercare uno strumento per liberarla, ma al ritorno non avrebbe più ritrovato la bici perché i ladri a quel punto avrebbero avuto il tempo di forzare il lucchetto ufficiale. 

Nel caso raccontato, la situazione ha preso una direzione diversa grazie a una serie di elementi concreti: la bicicletta era registrata con Easy Tag, e questo ha permesso di dimostrarne la proprietà, la chiamata tempestiva e l’intervento dei Vigili del Fuoco che, con gli strumenti adeguati, hanno risolto il blocco e restituito la bici alla proprietaria. Un passaggio operativo e decisivo.

In mezzo una situazione nota per chi pedala. Ci si ritrova a gestire una catena di azioni rapide e non sempre lineari. Si chiama chi si pensa possa aiutare, si passa da un’ipotesi all’altra, si prova a capire se vale la pena aspettare o intervenire subito, questione di tempo che  passa mentre si cerca una soluzione.

La denuncia

Ma col furto vero e proprio la denuncia non è un passaggio secondario, ma lo strumento che permette di formalizzare l’accaduto e di dare una base concreta a qualsiasi intervento successivo. Senza questo passaggio, la ricostruzione dell’evento per le forze dell'ordine diventa più complicata. Il furto di biciclette è una presenza costante nella vita urbana di chi pedala. Succede in stazione, davanti ai negozi, anche nei parcheggi apparentemente più tranquilli.

Il problema riguarda il contesto. La bicicletta viene spesso considerata un mezzo semplice da sostituire e quindi più esposto e la sicurezza dipende in larga parte da chi la usa, dal tipo di lucchetto, dal luogo scelto dove legarla, e le infrastrutture urbane non sempre compensano questa fragilità. Rastrelliere insufficienti, spazi poco controllati e una protezione disomogenea rendono il rischio parte della normalità.

La prevenzione esiste, ma funziona solo se diventa pratica condivisa da proprietarie e istituzioni: lucchetti adeguati, attenzione ai tempi di sosta, scelta dei punti più visibili aiutano, ma non bastano da soli. Servono anche strumenti collettivi.

A Lodi, ad esempio, esiste un gruppo Facebook dedicato alle biciclette rubate e ritrovate. Le segnalazioni vengono pubblicate insieme alle immagini, ma con un vincolo preciso: serve la denuncia per poter inserire foto e descrizione della biciclette, luogo e altri particolari importanti. È una forma di controllo minimo che evita abusi e mantiene una traccia verificabile delle segnalazioni.


Accanto a queste iniziative informali, realtà come FIAB Lodi Ciclodi lavorano da tempo sulla prevenzione, diffondendo 👉vademecum e indicazioni pratiche per ridurre il rischio di furto e migliorare la sicurezza della sosta. Sono strumenti semplici e pensati per essere applicati nella vita quotidiana di ogni ciclista.

Una mia curiosità

Guardando oltre il singolo episodio, mi sono chiesta, che cosa è rimasto del piano comunale di contrasto ai furti di biciclette avviato a Lodi nel 2013?
Dalle informazioni che ho raccolto sia dall'Assessorato alla mobilità che da Fiab Lodi emerge innanzitutto una difficoltà di fondo: non esistono dati sufficienti per stabilire se il fenomeno dei furti sia aumentato o diminuito negli ultimi anni, anche perché una gran parte delle persone che subiscono un furto non presenta denuncia, questa mancanza diventa una zona grigia che rende più difficile misurare l'effettiva dimensione del problema e valutare l'efficacia delle azioni messe in campo.
Tra gli strumenti che potrebbero essere rilanciati c'è il Registro italiano BiciEasy Tag, il sistema di registrazione che nel caso di L.G. si è rivelato decisivo per dimostrare la proprietà della bicicletta. Secondo quanto emerso, la sua riattivazione sarebbe relativamente semplice e sostenibile dal punto di vista economico. Negli anni, però, l'attenzione si è progressivamente spostata verso altri sistemi di identificazione e marcatura delle biciclette.
Più complessa appare invece la situazione sul fronte organizzativo. L'Ufficio mobilità, che nel 2013 rappresentava il punto di riferimento per la programmazione delle politiche ciclabili, è stato progressivamente ridimensionato e oggi non dispone delle risorse necessarie per riproporre quell'esperienza. La gestione di un ufficio dedicato alla mobilità ciclistica richiederebbe infatti figure e competenze esterne che il Comune di Lodi, nelle condizioni attuali, non riuscirebbe più a garantire.

Gli stalli modello Verona

Un segnale positivo arriva però dalle infrastrutture. Negli ultimi anni sono stati posizionati in diverse vie di Lodi 403 nuovi posti bici con stalli modello Verona, una risposta concreta alla crescente domanda di spazi di sosta più funzionali e sicuri.
Foto: Stefano Caserini
Parallelamente, molte delle risorse disponibili sono state assorbite dalla realizzazione del Piano Urbano della Mobilità Sostenibile (PUMS). Proprio per questo, secondo chi segue da anni questi temi, sarebbe utile tornare a una programmazione specifica dedicata alla ciclabilità quotidiana e alle misure di prevenzione dei furti, affinché la sicurezza della sosta non venga considerata un aspetto secondario ma una componente essenziale della mobilità urbana.

Quello che emerge da tutto questo è una condizione urbana in cui chi usa la bicicletta si muove tra l'abitudine e l'imprevisto, tra la libertà di scelta e il rischio costante di interruzione.

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